Intervista ad Alien Dee, il pioniere italiano

Con nostro sommo piacere torna la nostra speciale rubrica dedicata alle interviste con i maggiori esponenti della scena Human Beatbox italiana.
Quest’oggi è il turno di spremere per bene un nome piuttosto noto a livello mondiale, ovvero il grande Alien Dee all’anagrafe Davide Di Paola. Un artista rinomato e un assoluto pioniere che da ormai più di vent’anni porta in alto la bandiera del Beatbox nazionale dividendosi tra insegnamento, progetti personali, grandi palchi e collaborazioni con i maggiori artisti della scena Hip Hop.

  • IBF – Ciao Davide e bentornato con noi. Per iniziare la nostra intervista di oggi direi di iniziare con una domanda facile facile, tanto rompi ghiaccio quanto retorica per cui ti chiedo di presentarti al pubblico (indegno) che ancora non ti conosce…

 

  • Alien Dee – Ciao, sono DEE come Davide e ALIEN come mi chiamavano tutti quanti quando iniziavo a riprodurre i miei primi suoni a tempo nei vari cerchi di Freestyle. In più ho sempre avuto una passione per mondi alieni, civiltà venute dallo spazio e follie varie di questo tipo. Presto fatto, nome scelto: ALIENDEE.  Quasi 38 anni, Beatboxer dal 2000, anno in cui sono salito per la prima volta su un palco e mi hanno infilato un microfono in mano per far sentire forte e chiaro quello che, sino ad allora, facevo solo per strada.
    …In realtà il Beatbox lo facevo già da 1 annetto o 2 a casa. Ci tenevo ad allenarmi per bene per essere pronto, preparato e “dirompente” la prima volta che avessi avuto la mia occasione. E così fu in effetti.

 

  • IBF – E quando iniziavi tu non era certo come ora in cui basta aprire YouTube e digitare Beatbox  per trovarsi di fronte a milioni di video e di artisti per cui, come hai avuto il tuo primo approccio alla disciplina e cosa ti spinse ad iniziare e soprattutto a continuare a credere nel tuo progetto oltre che a trasformare questa tua grande passione in un vero e proprio lavoro?

 

  • Alien Dee – Io sono uno di quelli che viene dall’ Hip Hop del 1996/97. Non c’era Youtube, a momenti non c’era nemmeno internet e se c’era, ci volevano almeno tre giorni per scaricare anche solo una canzone. Ho iniziato ascoltando, poi mi è presa la mania dei giradischi, il Digging di vinili e gli Scratch; poi la Breakdance e il Rap. Quello che non ho mai fatto in campo HH, a parte una volta o due così per gioco, è stato di prendere seriamente gli spray in mano. Peccato… mi ha sempre affascinato!

    Comunque, come dicevo vengo dagli anni dell’ascolto e della ricerca. Ricerca della musica difficilmente reperibile, gli anni delle cassettine copiate, delle videocassette copiate dei film culto (Beat Street, Wildstyle, etc) o delle Battle di B-boys in giro per il mondo. Tutto era ricerca. Tutto era legato all’esserci, all’essere informati e all’essere preparati. E così era anche per chi le cose le faceva sul serio: una ricerca continua di stimoli, storia, consapevolezza, novità e originalità.
    Le proprie moves sul marmo, le proprie lettere sui muri, le proprie rime… Quegli anni sono stati caratterizzati senza alcun dubbio dalla assoluta ricerca e dall’originalità. E io, che sono uno di quelli della seconda generazione dell’Hip Hop in Italia, ne ho subito positivamente l’influenza.
    Quando ho iniziato col Beatbox le uniche cose reperibili erano Razhel, Biz Markie e Doug E. Fresh. Fine dei giochi; gli americani… gli inarrivabili.
    Nell’ottica della ricerca dell’originalità non mi sono mai messo a replicare loro, nemmeno per allenamento. Quello che mi appassionava maggiormente era l’idea di potermi sostituire alla musica: quella che sentivo nei cerchi dei Breaker o alle pochissime serate che c’erano all’epoca. E poi tonnellate e tonnellate di musica sparata a palla nel mio walkman e sui giradischi di casa. Il mio approccio era tutto finalizzato al somigliare il più possibile agli strumenti veri, arricchendo poi il tutto con dello stile personale, pian piano la cosa prendeva forma e iniziai a farne arte, in tempi decisamente non sospetti.
    Per quanto ne sapevo, a quei tempi, esistevamo solo io e Razhel nel mondo. Mai avrei sospettato che parallelamente altrove ci fossero altri come me che si erano appassionati così tanto alla cosa. Finchè un giorno non vidi durante un live un vero mostro: Killa Kela, di cui avevo sentito mezza cosa (ovviamente impressionante) su di una cassettina che mi era arrivata. Era il 2001, Arezzo Wave, io suonavo lì su un palco minore insieme a buona rappresentanza dell’ Hip Hop Italiano il giorno dopo in cui lui aveva suonato insieme a Dj Vadim sul palco principale la sera prima. Io già giravo da 1 anno circa e il Beatbox per me era già diventato una professione, avevo almeno un paio di decine di palchi sulle spalle (pochissimi, ma tantissimi per l’epoca). Lui invece girava già da un bel pezzo (ma io non ne avevo idea) e aveva decisamente più esperienza e numeri di me. Comunque, ad un certo punto con mio sommo sbigottimento si avvicinò per chiedermi come facessi un determinato rullante. Ecco, quel giorno, fu la prima volta che conobbi un altro Beatboxer professionista. Il primo giorno in cui vidi una persona capire il mio linguaggio, il primo giorno in cui capii che forse avrei potuto ambire ad ancora di più. Se lui da Londra poteva suonare in Italia… allora poteva essere vero anche il contrario ed infatti di lì a poco successe per davvero!

  • IBF – Sappiamo che non sei assolutamente un tipo da Battle e anzi vorremmo proprio sapere cosa ne pensi realmente in proposito data la tua lunga carriera e ovviamente, ci piacerebbe avere un tuo feedback sulla tua unica presenza in una competizione insieme a Mimmo, il nostro beneamato 2 volte campione italiano Orange Beat.

 

  • Alien Dee – Purtroppo come saprai, penso ed ho sempre pensato che le Battle in generale abbiano in un qualche modo sia settorializzato che demolito l’Hip Hop. Da un momento all’altro, ci furono solo più Battle di Breakdance, Battle di Freestyle, Gare di Scratch e così via… Tutto diviso.
    Difficilmente i Rapper vanno a vedere i Breaker così come accade viceversa e nel Beatbox peggio che mai. Essendo un’arte che si diffuse più “tardi” rispetto alle altre discipline iniziò quasi da subito a tirare dentro anche appassionati di altre culture. E questo si sentiva e si sente tuttora, anzi direi che proprio si vede anche perchè io di palchi in giro me ne faccio parecchi e di Beatboxer che vanno a vedersi i concerti Rap, ne ho visti veramente pochi nel tempo.

    Ad ogni modo, in generale non amo il concetto di gara attribuita alla musica. Figuriamoci alla mia disciplina. Trovo che il tutto perda della sua forma d’arte per diventare solo una performance col cronometro in mano e, vuoi o non vuoi, col coltello fra i denti. Personalmente nei 90 secondi canonici di una Battle io ho appena fatto in tempo idealmente a tirar fuori le bacchette della batteria dalla custodia e a sistemare l’altezza dello sgabello… Non fa proprio per me e si è visto quell’unica volta che ho partecipato con Orange. Non ho l’attitudine, non ho mai avuto voglia e l’interesse di prepararmi routine cronometrate.
    Che poi… parlando di quella gara in particolare, punteggio alla mano, io ho anche pareggiato o perso di pochissimo (non ricordo con precisione purtroppo) contro il mio avversario e nel 2 contro 2 abbiamo vinto noi (anche perchè ci siamo messi a fare musica: batteria, cantato e violoncello)… la verità è che Arancio ha preso gli schiaffi da Slizzer, per quello abbiamo perso! ahuauhahuhu …Si scherza ovviamente (o forse no…). Fondamentalmente in quell’occasione come spesso accade abbiamo perso contro i finalisti e vincitori della competizione ma ce li siamo trovati al primo turno purtroppo. Di contro però, siamo stati quelli che gli hanno inflitto più punti al tabellone e questo fa pensare… Soprattutto perchè vivendo distanti chilometri e con il pochissimo tempo a disposizione che avevamo ovviamente non ci eravamo preparati assolutamente nulla, se non qualcosina in ostello la sera prima come la versione I Like to Roll di Orange del secondo turno a coppie. Probabilmente se ci fossimo potuti frequentare per un pò con Domenico (io a Roma, lui a Londra a quei tempi) ce la potevamo anche portare a casa, aiutandoci a vicenda anche sulle routine singole. Chissà…
    Chiaramente la verità è che io mi sto solo giustificando e “me frati” Arancio è veramente forte e preparato! Ha avuto solo la sfortuna di imbattersi in uno forte forte, con molta più esperienza e di non aver avuto un compagno (ovvero me) all’altezza dell’occasione. Se dovesse ricapitare comunque, penso proprio che ci organizzeremmo per tempo e ci faremmo una bella chiusa insieme per prepararci al meglio, anzi… quasi quasi ora glielo propongo!
    Resta comunque il fatto che essendo cresciuto in un certo modo mi è sempre venuto difficile avere quel guizzo da Battle. Forse potrei “intripparmi” con quelle di Loopstation. Lì è più il mio campo: si tratta di comporre musica col Beatbox e sinceramente mi ci vedrei bene, ovviamente se si potessero bandire gli effetti… ops… Magari in futuro eh eh…
    Comunque tornando a quelle 2 giornate a Bruxelles, io le presi davvero con il puro spirito di ribeccare un po’ di amici e di conoscerne di nuovi, di sentire un po’ di Beatbox di alto livello. Il bello di questa cosa di essere musicista, lo dico sempre, sono i viaggi, le persone e i ricordi che poi ti porti appresso per tutta la vita. Persone con cui non ti vedi e senti per anni e che poi invece quando becchi in giro per gare o convention sono i brother di sempre.
    Negli anni oltretutto ho notato una cosa che non può che farmi un piacere enorme e che non mi sarei mai aspettato: che siano teste old school o new school, tutti i Beatboxer che incrocio in giro per gli eventi esteri mi conoscono, mi riconoscono e soprattutto mi trattano sempre con una sorta di riverenza e con un rispetto speciale. Nel 2003 è storia più che nota, rappresentavo l’Italia al primo Boxcon a Londra, lì portai veramente delle robe innovative per i tempi e se lo ricordano ancora tutti, presenti e non. La prima volta che incontrai Skiller era il 2009 e mi disse che aveva una cartella con i miei video sul desktop, che ero tra quelli che si studiava. Ricordo che mi sentii onoratissimo perchè proprio non me lo aspettavo: un allora giovanissimo Skiller, già talentuosissimo, proveniente da Sofia in Bulgaria, molto più giovane di me e sulla cresta dell’onda del Beatbox moderno (e a mio avviso, padre indiscusso del Beatbox New School) e che nemmeno pensavo potesse sapesse chi io fossi, era contentissimo di avermi incontrato e di poter scambiare quattro chiacchiere con me al Boxcon ‘09… Sono robe che ti segnano, davvero! …Quando sai di aver lasciato un’eredità grossa a tanti ragazzi che nemmeno conosci in giro per il mondo, è una figata totale.
    Lo stesso anno (2009) ero ospite ai mondiali a Berlino, arrivato alla location nel primo pomeriggio scorsi tra la gente Killa Kela (che non vedevo dal lontano 2001 ad Arezzo, ma con cui saltuariamente mi scrivevo su MySpace), ricordo che gli feci un cenno di saluto con la mano da lontano e iniziai ad avvicinarmi e lui per tutta risposta alzò il tono della voce e disse qualcosa tipo: “Here he is, one of the best Beatboxers of all time: my friend Alien Dee”. Nella mia testa pensai “esagerato” ma contemporaneamente iniziai a vedere ragazzi che si avvicinavano per venirsi a presentare.
    Ci tengo a precisare che ovviamente non sto raccontando questi aneddoti per gonfiare il mio ego, ma perchè sono davvero contento di essere stato e di continuare in qualche modo ad essere un punto di riferimento per molti, pur non essendo un Beatboxer altrettanto famoso e noto come i miei colleghi da Battle. Per concludere con la risposta iniziale dato che come al solito ho divagato, diciamo che sono 2 attitudini diverse. Tutto qui.

  • IBF – Credo di poter immaginare la risposta avendo visto il tuo video insieme al grande Dj Q-Bert praticamente in loop quando iniziavo ad approcciarmi alla disciplina, ma c’è per caso un particolare evento o un’esperienza che ti porti nel cuore?

 

  • Alien Dee – Beh, quella sera direi che il batticuore mi ha letteralmente stroncato le gambe. Salii sul palco tremando quando Q-Bert mi chiamò al microfono. Quelle sono robe serie: il musicista (non canonico) che riconosce un altro musicista (ancora meno canonico) e fa scattare la Jam senza neanche mai essersi visti o sentiti prima, potentissimo!

    Comunque, di eventi ed esperienze ne ho fatte veramente tante, ormai penso di aver tranquillamente superato ampiamente il migliaio di apparizioni pubbliche: dal centro sociale più sgalfo, a radio e tv, passando per teatri, arene e festival di ogni genere… Ma ce ne sono ovviamente un paio che mi porto nel cuore più di altre, o dove l’emozione si è fatta sentire forte più che in altre occasioni.
    Le prime due, per motivi diversi sono state entrambe a Londra nel 2003. Al Boxcon, di pomeriggio, a causa dell’ordine alfabetico fui il primo a salire sul palco; botta d’ansia pesante, gamba tremola e fiato corto ma in qualche modo la portai a casa con onore. Avrò reso si e no al 50% (come mi capita sempre, per qualche strano motivo, quando partecipo a robe “istituzionali” di Beatbox). La sera stessa c’erano da portare 3 o 4 di noi in un locale dove c’era una mega Jam HipHop di quelle alla vecchia maniera. Scelsero me (che nonostante il rendimento al 50%, davvero avevo portato qualche tecnica dritta dal futuro) ed altri che ora come ora nemmeno ricordo chi fossero… So solo che quello era un palco in cui mi sentivo a mio agio, a cui ero abituato. C’era da suonare insomma, non c’era da dimostrare nulla e non c’era da far vedere robe particolari ad altri Beatboxer come alla Convention pomeridiana e dove volente o nolente, anche se non c’era una Battle di mezzo, dei paragoni e una sorta di challenge senza giuria si respirava… lì c’era solo da suonare. E infatti mi trovai un terreno solidissimo sotto i piedi e ribaltai il posto!
    Un’altra che ricordo con piacere e col tremore alle gambe è stato quando durante un concerto di Giorgia, ad un certo punto del suo show, toccava a me salire sul palco dell’Arena di Verona con più di 30k di teste sotto al main stage. Feci quelle scalette per salire sul palco con la testa leggerissima e il corpo che pesava 10 tonnellate. Una sensazione strana, di galleggiamento. E ultimamente devo dire che ho sentito di nuovo battere forte il cuore con quella strana sensazione addosso: alla prima data del Tour di Adversus dei Colle… Stavolta però non quando ero io a salire sul palco, il mio turno arrivava solo verso il sesto o settimo pezzo, ma quando sono saliti loro.

  • IBF – Durante la tua carriera hai avuto il piacere e l’onore di collaborare e trovarti giustamente al fianco di buona parte della scena HH nazionale ma c’è qualche artista “sogno nel cassetto” con cui non hai ancora avuto occasione o con cui ti piacerebbe fare qualcosa?

 

  • Alien Dee – Questa è facile, senza alcun dubbio Deda e Neffa. Dei due, il secondo non l’ho nemmeno mai incontrato eppure mi è rimasta sta cosa. Con Deda invece c’è una mega stima reciproca, chissà che con lui un giorno o l’altro qualche magia musicale non capiti.
    Per ora mi sto godendo il presente alla grande. Per me i Colle sono sempre stati sul podio di questa roba e in questo momento ho l’onore e la fortuna di portare in giro con loro il loro ultimo capolavoro.

 

  • IBF – Parlando di eventi invece, esiste qualche festival o concerto a cui vorresti partecipare come artista?

 

  • Alien Dee – Mmmm no, direi nessuno in particolare. Per me il palco è una di quelle cose sacre, di qualsiasi dimensione sia e qualunque sia la capienza del posto e la portata del pubblico.
    Qualche concerto in particolare, non saprei… Sicuramente ho il sogno di riuscire a mettere in piedi un mio show un giorno, un concerto tutto mio fatto di musica e basta, aperto a tutti. Da poter suonare in qualsiasi festival più o meno settoriale o al centro sociale di turno… non mi importa. Il mio grande passo sarà quello di mettere in piedi un’opera.

 

  • IBF – Hai altri interessi al di fuori del Beatbox?

 

  • Alien Dee – Interessi in particolare direi di no, passatempi parecchi. Sono uno di quelli che va a comprarsi il legno, si piazza in giardino, taglia, pittura e costruisce. E’ una cosa che mi rilassa. Così come mi sono fatto il tavolino smontabile per la Loopstation che mi porto in giro in tour. Per un certo verso è come nel Beatbox: mi piace l’idea di dare vita a cose che non esistevano fino a qualche minuto prima. ‘Sta mania ce l’ho sin da piccolo, mi costruivo i robot con le mollette per stendere di nonna e intere batterie con pentole e padelle per poi suonare con 2 penne Bic.
  • IBF – Che dici, ora vuoi parlarci un pò dei tuoi progetti attuali e di quelli in cantiere?

 

  • Alien Dee – “Attuali” mi fa ridere solo a leggerlo! hauuahuahua
    Questa autoironia è dovuta alla mia fama più che conclamata di “lento e precisino”, perchè a meno che non lavori con o per qualcuno, sulle mie cose sono maledettamente lento.
    In questo momento sto mettendo in piedi una cosa che vorrei stampare su vinile ma che soprattutto vorrei riuscire a portare in giro live sulla Loostation, un mega mix di classici da “B-boys on the floor”. Sono cresciuto guardando i Breaker e più li guardavo, più immagazzinavo il senso del ritmo, assorbivo la musica che ballavano: i break, la respirazione, tutto. Quindi un paio di mesi fa ho deciso che vorrei omaggiare innanzitutto me stesso e il mio inizio, ma la cultura in generale, con un disco di questo tipo. In seguito la vera domanda: finirò mai la mia grande opera?
    Ho una quindicina di tracce di cui almeno 6/7 pronte e finite del mio album “Taken”. Ho bisogno ancora di un paio di incastri e lo tiro fuori, non starò qui a svelare il perchè non l’ho ancora finito, altrimenti svelerei il progetto. L’unica cosa che posso dire è che sarà semplicemente musica composta con 1 microfono e un multi-traccia, come piace a me: zero effetti, niente artefatti. La cosa che amo di più.
    Parallelamente ovviamente porto avanti la carriera sui palchi, da solo e con il mio gruppo acapella (l’Anonima Armonisti) oltre che e al fianco dei Colle Der Fomento, l’insegnamento sporadico e i progetti nelle scuole pubbliche con Ravenna Jazz.

  • IBF – Come accennavi pocanzi sei impegnato da anni anche come insegnante di Beatbox, com’è il tuo approccio da professore?

 

  • Alien Dee – L’insegnamento è una di quelle cose Catulliane in perfetto stile “odi et amo” che ancora non ho ben catalogato nella mia testa. Non ho ancora capito se ami insegnare o se in fondo sia una cosa che mi infastidisce. E se mi infastidisce, perchè? Boh!
    Forse è solo una smisurata preferenza che ho per il suonare live, per cui mi sembra riduttivo passare del tempo a insegnare anche se poi alla fine è chiaro che ami farlo, perchè vedo accendersi le luci negli occhi delle persone. Insomma… ogni volta resto col dubbio!

    Parto dal principio. Un giorno mi è stato chiesto di tenere un Workshop durante un festival fighissimo di cui il concept era l’improvvisazione poetica del bacino del Mediterraneo, ossia di tutte quelle nazioni coinvolte storicamente in una tradizione di improvvisatori lirici. L’organizzatore ed ideatore aveva esteso l’invito anche al più moderno Freestyle del mondo Rap nonchè ai poeti ed improvvisatori sordomuti nella lingua dei segni. Fantascienza pura, finchè non mi sono trovato lì ed ho vissuto una delle cose più potenti della mia vita: mi era stato chiesto, come dicevo, di condurre un paio d’ore di Workshop per insegnare i primi rudimenti del Beatbox e fu subito panico. Era la prima volta in assoluto che mi veniva chiesto di esporre pubblicamente il perchè e il per come di quello che sapevo fare e io non avevo nessunissima idea di come farlo. Quella esperienza mi è servita molto, mi sono poi chiuso in studio per una serie di giorni di fila a studiarmi passo per passo ogni cosa che sapevo. Ormai per me le cose erano così tanto meccaniche che non mi ricordavo nemmeno più come ci ero arrivato, per cui misi tutto su carta e partii per il festival. Prima però mi invitarono a conoscere i ragazzi sordomuti presso il CNR di Roma, affinchè anche loro potessero capire ed eventualmente interagire con me e fu una grande sorpresa. Per la maggior parte di loro, a causa delle frequenze bassissime che potevo emettere, era la prima volta nella loro vita che riuscivano a percepire i suoni di un altro essere umano. Magia. Li ho frequentati per parecchio tempo, e li ho studiati… ogni singolo movimento, la comunicazione… Veramente incredibile! La cosa che mi sconvolse di più era il loro innato senso ritmico, ma ci arriverò fra poco a raccontarvelo, prima torniamo al festival. La sera suonammo normalmente e la mattina seguente mi trovai davanti ad una lavagna con un’interprete LIS (lingua italiana dei segni) al mio fianco, 4 microfoni più il mio e più di 200 partecipanti, di cui almeno 70/80 sordomuti, sulle scalinate di un anfiteatro in mezzo ad un bosco sulla Sila. I 4 microfoni erano ovviamente per chiunque volesse scendere e provare a fare le cose che stavo dicendo… ad un certo punto scese un ragazzo, nato udente ma diventato sordo a causa se non sbaglio di una malattia degenerativa, prese il microfono e attaccò a rifare Billie Jean in Beatbox. Tutto questo ovviamente mi incuriosì non poco per cui mi raccontò che andava a memoria di quello che aveva sentito finchè l’udito stava dalla sua parte e che il Beatbox aveva già provato a farlo. Lacrime agli occhi. Brividi vari. A quel punto però iniziarono a prendere coraggio tutti e cominciarono a scendere a turno 3-4 ragazzi/e che invece sordi e muti ci erano nati e iniziarono a creare perfettamente a tempo e con i suoni, quei pochi che la loro vocalità limitata gli consentiva, la musica. Non starò qui a raccontare le emozioni incredibili provate in quell’occasione ma piuttosto la mole di nozioni che imparai a mia volta in materia di Beatbox ed insegnamento. Quante similitudini ci sono tra la fonetica del Beatbox e il modo naturale di emettere suoni nei sordomuti. O se preferiamo, senza scomodare ulteriormente il loro mondo, nella non-verbalità.
    Su quell’esperienza ci ho poi costruito il mio metodo attuale di insegnamento: ho iniziato a studiare la neuroscienza che si nasconde dietro a tutta sta cosa. Penso che scriverò un libro prima di appendere il microfono al chiodo. Ma qui per ovvi motivi non svelerò nulla, proprio perchè sono uno di quelli che preferisce avere le persone chiuse in una stanza e poterle studiare da vicino per farle rendere al meglio. Sostanzialmente non insegno il Beatbox ma guido verso “l’autodidattismo” (termine che temo di avere appena coniato) chi ho di fronte. Proprio perchè sono stato a mia volta un autodidatta, mi rendo conto che la differenza sul lungo termine si sente eccome. Su breve termine capisco ed è piuttosto ovvio che prendere e replicare la routine del momento su Youtube sia più veloce, diretto ed efficace. Ma se mi dovessi chiedere se questo è utile, ti risponderei “solo alla muscolatura”, non all’arte.

  • IBF – Cosa ne pensi invece della Community di Beatbox internazionale e di quella nostrana?

 

  • Alien Dee – Anche qui purtroppo nutro delle perplessità da sempre. Mi piace tutto ciò che è sano e spontaneo delle Community, odio pesantemente tutto ciò che è macchinoso e virtuale. Mi piace che la gente si incontri, che si confronti, ma tollero molto poco il modo compulsivo di sputarsi ore di Beatbox in faccia senza nemmeno mai parlarne e parlare in generale.
    A memoria non penso di essermi mai messo in una stanza a fare Beatbox con Fayabraz, eppure ci conosciamo dal 2003. Quando scattano i cerchi di Beatbox do volentieri un’ascoltata ma difficilmente partecipo. Non so come dire, mi annoiano. Probabilmente perchè il più delle volte non sono dei cerchi di musica… ecco, sto per dire una di quelle cose per cui andrò a stare ulteriormente sul c***o alle Community, ancora più di ora: la quasi totalità dei Beatboxer non sono per nulla educati alla musica. Ed infatti è una di quelle cose che consiglio sempre a tutti: sapere dove stanno le note sul pianoforte vale 100 volte più di quanto si possa andare veloci a fare ritmiche il più delle volte incomprensibili, se non agli addetti ai lavori.

    Spesso mi viene chiesto il come e il perchè io abbia ancora la forza di suonare così tanto e da così tanto tempo, 40 o 50 date all’anno nelle situazioni più lontane fra loro. La risposta è piuttosto semplice ed è perchè io ho sempre puntato a fare Musica, con la M maiuscola, e quella la capiscono tutti. Non mi passerebbe mai e poi mai per la testa di mettermi a fare tecniche strane o ritmi dispari, per il puro gusto di sfoggiare il fatto che io lo sappia, fare davanti ad una platea di persone che non lo capirebbe. Io non sono il più forte Beatboxer d’Italia, tecnicamente intendo. Non lo sono più da un pezzo, quello che ho aiutato a creare e per cui mi si ricorda in tutto il mondo del Beatbox, ormai mi ha superato da tempo. Sicuramente ho dalla mia la precisione incredibile dei suoni, l’esperienza, ma soprattutto la fruibilità e questo non è nè cosa semplice, nè cosa da poco. E forse in questo rimango ancora “imbattibile”.

  • IBF – Esiste un tuo Beatboxer preferito (italiani/internazionali)?

 

  • Alien Dee – Spero di non diventare troppo cattivo in questa risposta, ma in caso che lo diventassi, spero di riuscire ad essere interpretato nella maniera più positiva possibile.
    Comunque, non uno in particolare ma più di uno. Non è una questione di nomi ma di modi, mi riconosco in quelli che lo fanno con il mio medesimo principio e quelli mi piacciono eccome.
    Per il resto purtroppo sento un pò quella pesantezza da carrozzone da circo, senza offesa eh…al circo c’è gente che studia e si allena molto ed è spaventosamente brava.. e così nel Beatbox. Ma quando girava il circo negli anni ‘30 ti aspettavi determinati personaggi e determinati numeri, sempre gli stessi, omologati. Per questo Mangiafuoco sapeva che con un burattino di legno che sapeva cantare e ballare (Pinocchio) avrebbe sbancato. Ecco, a me la musica omologata non piace, la routine scritta a tavolino nemmeno. Quello che amo è la riconoscibilità audio, non video.
    Per capirci meglio ora farò io una domanda: con gli occhi bendati, quanti Beatboxer riuscireste a  riconoscere?

 

  • IBF – Ottima domanda direi, ma non sarò certo io a risponderti, eheheh.
    Parlando di musica invece quali sono i tuoi ascolti principali/generi preferiti?

 

  • Alien Dee – Principalmente Jazz e Funk. E’ proprio lì che ho sempre studiato sia la tecnica che i suoni. Ma parallelamente vengo dalla musica classica (sono un ex pianista) ed è lì che invece ho appreso tutto ciò che c’era da sapere sulle partiture e la composizione orchestrale. Ascolto anche un po’ di elettronica, ma non da appassionato.

 

  • IBF – Quale pensi che sia il futuro di questa disciplina?

 

  • Alien Dee – Sai che non ci ho mai pensato? Speravo non finisse come sta finendo sinceramente… Sono
    incappato in una serie di video di gare di Loopstation e trovo che sia scomparso il Beatbox. Non so, non tutto ciò che è inerente al Beatbox moderno mi piace, anzi spesso molto poco. Diciamo che ne apprezzo l’incredibile tecnica a cui si è arrivati, ma continuo a non amarne l’attitudine.

 

  • IBF – Ora ti devo fare una domanda che mi piace fare a tutti i miei intervistati: credi che smetterai mai di fare Beatbox o hai mai pensato di smettere?

 

  • Alien Dee – No, non penso che smetterò mai. E come si fa?!? Quando la fisicità verrà meno per gli anni vorrà dire che farò come i calciatori: correrò di meno ma avrò probabilmente ancora i piedi d’oro. Magari cambierò pubblico, cambierò sound, show e mood sicuramente… Ma non penso che smetterò mai.

  • IBF – Qual’è il tuo approccio all’allenamento, lo fai ancora e se si come?

 

  • Alien Dee – Beh certo, allenarmi mi alleno sempre. Oggi magari più preparando pezzi alla loop o registrando in studio rispetto al fissarmi con le tecniche come una volta. Insomma la mia spasmodica ricerca dei suoni continua ancora, specialmente ora che la mission è esclusivamente quella di sostituirmi alla musica con la Boss… quindi i singoli suoni per me sono ancora più curabili, e fissato come sono li curo ancora più di prima. Spesso comunque mi ritrovo impallinato come ai vecchi tempi su sequenze di casse e rullanti ma lo faccio più per me che per portarle su di un palco.
    Inoltre posso dire tranquillamente che l’insegnamento in realtà è un allenarsi continuo, con il fatto di dover ritirare fuori passaggi elementari per i ragazzi agli esordi sto ripassando cose e suoni che non facevo da un pò. Molto utile!

 

  • IBF – A proposito di ragazzi agli esordi, hai qualche consiglio da dare a chi inizia ad avvicinarsi a questa cultura e a praticare la disciplina?

 

  • Alien Dee – Si, assolutamente!
    Uno. Non siate impazienti, prima imparate e peggio è. Metterci un anno in più o in meno vuol dire avere o non avere pulizia.
    Due. Studiate dalla musica e non dagli altri Beatboxer come ho già accennato prima. Imitate la musica non le persone!
    Tre. L’originalità è tutto.
    Quattro. Non pensate solo alle gare ma imparate a confrontarvi e rapportarvi col pubblico. Un giorno le Battle potrebbero smettere di esistere, e poi che fate?

 

  • IBF – E direi che al momento con questa brutta situazione tra pandemie varie è proprio così, ma insieme alle Battle purtroppo anche i live sono spariti e speriamo di poter riprendere tutti al più presto con l’una e l’altra. Ad ogni modo, tornando a noi qual’è stata la sfida più difficile nella tua carriera?

 

  • Alien Dee – Guarda, lasciamo stare nel modo più assoluto questo tasto ultra dolente di non poter suonare sul palco perchè altrimenti potrei evitare di darti ulteriori risposte!
    Sicuramente, riuscire a rimanere sempre me stesso, fedele a quello che faccio e come lo faccio dal giorno uno. Vincere le depressioni musicali… ogni tanto ti attanaglia la voglia di smettere e ti odi, odi i tuoi suoni e ti senti un fallito. Statisticamente massimo 10 giorni dopo mi amo e non c’è alcun Dio all’infuori di me stesso!
    Sono molto altalenante con l’umore musicale. Quindi la sfida più difficile è sempre quella di riuscire a starci dentro, sia psicologicamente che con una sostenibilità economica. Non ho più 20 anni purtroppo devo ammetterlo, sono meno arrembante e forse un briciolo più coscienzioso anche se il problema è che me ne sento sempre 18!

  • IBF – C’è qualcosa che il Beatbox è in grado di insegnare a livello personale e musicale che non esiste in nessuna altra disciplina?

 

  • Alien Dee – Sicuramente il livello a cui sono arrivato a conoscere ogni singolo centimetro del mio corpo, sia muscolarmente che non, non penso sia raggiungibile con nessuna delle altre discipline musicali. Forse il canto potrebbe avvicinarsi, ma è anche vero che il cantante di solito non osa quanto osiamo noi Beatboxer, un pò per paura (e lo capisco) un pò per rigidità mentale (e capisco anche questo). Come tipo di approccio, o quanto meno il mio tipo di approccio, è stato sicuramente più vicino ad un’arte marziale piuttosto che a quello di un musicista. Come dicevo prima arrivavo dallo studio del pianoforte classico… e vi dico che difficilmente un pianista non passa da metodi canonici per arrivare a primeggiare. Invece nel Beatbox devi essere assolutamente maleducato con te stesso per diventare sempre più forte, devi conoscere lo strumento… e lo strumento sei tu! Chi suona il pianoforte invece molto difficilmente ha mai smontato un pianoforte per accordarselo da solo. Conosce bene o male solo quello che ha di fronte e non quello che c’è dentro ed è così per mille altri esempi che potrei farvi.
    Il Beatbox è viscerale, ti obbliga a doverti smontare e rimontare da solo!

 

  • IBF – Ed eccoci giunti all’ultima fatidica domanda di questa intervista. Prima di fartela però volevamo ringraziarti per tutto il supporto, la presenza costante e per tutti i consigli che hai saputo darci sia livello artistico che personale e professionale in questi anni oltre che ad esserci sempre stato per la nostra amata Associazione.
    Oltre che essere un vero pioniere e mentore di questo genere, sei davvero un grande amico ed un vero fratello per tutta la Family per cui <3 a te!!!
    Finite le smancerie, c’è qualcuno che vuoi ringraziare?

 

  • Alien Dee – Nessuno in particolare, sono sempre stato un lupo abbastanza solitario. Ringrazio tutti quei musicisti che hanno avuto la capacità e la voglia di voler capire cosa ci fosse dietro a quello che facevo. Da quelli venuti dal Rap a quelli venuti dalla musica classica, passando per Jazzisti e cantanti di ogni tipo. Un sacco di persone si sono fermate a volermi capire e a voler suonare con me. Adoro le persone curiose. Soprattutto nella musica, penso che se ti manca la curiosità è meglio cambiare rotta.
    Ringrazio me stesso per aver avuto le palle di mollare tutto in favore della musica a 18 anni.
    Infine ringrazio voi per l’intervista, perchè sono davvero rare le occasioni in cui posso tirar fuori pezzi di vita e consigli… e quando mi viene data occasione sono sempre ben contento di poter essere il più esaustivo possibile come avrete ormai capito. Mi piace far cultura e queste cose le ho imparate stando appresso a quelli più grandi di me, con una fame di conoscenza ed una attenzione spasmodica. Per cui vi lascio con un ultimo importantissimo consiglio: fatelo anche voi. Bless!!!